“Granpa’” il 16 maggio al Bread and Breda

16 maggio ore 18.30 

Granpa’ – presentazione con l’editrice e traduttrice Sara Saorin. Per tutti. John, 16 anni, è stato cresciuto dal nonno nel suo ranch in Colorado. Di notte, vanno assieme a sabotare le ruspe dell’Arizona Oil Company che vuole privarli della loro terra per trasformarla in un campo petrolifero. Un western ecologico, un racconto commovente sul rapporto tra nonni e nipoti e sull’importanza di opporsi alle ingiustizie, anche quando la partita sembra persa in partenza.

L’appuntamento è al Bread & Breda, via Altinate 162, Padova. Ingresso libero. Per info: info@camelozampa.com

Vi aspettiamo!

PANE, LIBRI E FANTASIA, la rassegna di incontri con l’Autore

Torna per la terza edizione PANE, LIBRI E FANTASIA, la rassegna di incontri con l’Autore in panetteria, promossa da Camelozampa, I Lanternati e Bread & Breda Pane e fantasia di Padova.

Quest’anno la rassegna si presenta in una veste speciale, in occasione de Il Maggio dei Libri, campagna nazionale per la promozione della lettura a cui ha aderito anche la casa editrice padovana Camelozampa. Proprio con lo scopo di promuovere, anche a Padova, la lettura e la cultura, portandole “fuori” dai luoghi canonici, “Pane, LIBRI e fantasia” propone quattro appuntamenti con storie per grandi e piccoli, tutti ospitati nell’insolita sede di un panificio. Gli incontri si terranno infatti, tutti i mercoledì pomeriggio del mese di maggio, alla alla Libro-Panetteria Bread & Bredadi via Altinate 162 a Padova. Tutti gli eventi inoltre saranno accompagnati da un prodotto a tema.

Questo il calendario degli appuntamenti:

9 maggio ore 16.30 A spasso con gli alieni- lettura animata e giro in astronave con l’autore Emanuele Cirani. Età: dai 5 anni. Siamo veramente soli nell’universo? Forse no! Un albo divertentissimo che ci farà incontrare creature incredibili provenienti dai più remoti angoli della nostra galassia. Per divertirsi a scoprire gli alieni più buffi, per imparare a orientarsi tra pianeti, sistemi solari, nebulose… Per capire che la vita può assumere forme diverse e inaspettate!

16 maggio ore 18.30 Granpa’ – presentazione con l’editrice e traduttrice Sara Saorin. Per tutti. John, 16 anni, è stato cresciuto dal nonno nel suo ranch in Colorado. Di notte, vanno assieme a sabotare le ruspe dell’Arizona Oil Company che vuole privarli della loro terra per trasformarla in un campo petrolifero. Un western ecologico, un racconto commovente sul rapporto tra nonni e nipoti e sull’importanza di opporsi alle ingiustizie, anche quando la partita sembra persa in partenza.

23 maggio ore 16.30 Micioragionamenti – lettura animata con la traduttrice Tiziana Cavasino. Età: dai 5 anni. La mamma, il nuovo papà e i bambini stanno partendo per le vacanze. La nonna e il gatto Mitsos dovranno restare a casa, anche se alla TV hanno detto arriverà una terribile Canicola… Ma chi sarà questa Canicola? si chiede il micio. Sicuramente è il lupo!!! Dalla grande autrice greca Alki Zei, Premio Andersen 2007 per “La tigre in vetrina”, una piccola, tenera storia che parla con umorismo di famiglie e nuove famiglie, affetto e sentimenti.

30 maggio ore 18.30 Ultraviolet – presentazione con la traduttrice Mirella Piacentini e l’editrice Sara Saorin. Per tutti. Canada, estate 1936. Per il suo tredicesimo compleanno, Lucy inizia a tenere un diario e in questo spazio di libertà riversa tutti i suoi pensieri, la noia per la vita banale, l’insofferenza verso i genitori. Ma finalmente arriva un interlocutore alla sua altezza, un giovane medico ospite della famiglia, un incontro che segnerà una svolta per il suo futuro.

L’appuntamento è al Bread & Breda, via Altinate 162, Padova. Ingresso libero. Per info: info@camelozampa.com

Vi aspettiamo!

Voci di un viaggio

Lei quel viaggio non lo voleva eppure era lì a faticare avanzando sulla terra brulla. Non finiscono mai queste salite rimuginò scalando il sentiero disastrato. Il rullo di tamburo del petto le tuonava nelle orecchie mentre il fiato impazziva. Tutto intorno era deserto e chissà per quanto ancora lo sarebbe stato. Rabbia, rassegnazione, rancore le colmavano l’animo.

Andrea, dieci passi avanti, sembrava non avvertire il peso dello zaino e men che mai quello di una settimana di trekking già trascorsa. Sono pazza a essere qui, si disse, pazza, pazza ripeteva il mantra. era come se la mente non riuscisse a generare altro.

Nelle prime ore del mattino avevano guadato un fiume e ora i suoi piedi erano cadaveri annegati negli scarponi, carne anestetizzata, morta. Pazza, sono pazza risuonò la voce dentro di lei senza via di scampo.

Cieli tersi, vento, sentieri appena tracciati, frastuoni di torrenti che spaccano il nulla, deserti di rocce e sabbia che si alternano a rare vallate verdeggianti,  monasteri e monaci sperduti sopra i tremila metri. Era Lo Zanskar, la regione più remota dell’Himalaya indiano.

Guardò il sole vicino come non lo aveva mai visto, finalmente avevano raggiunto il passo, l’ennesimo di quell’interminabile cammino. Se avesse voluto quel viaggio ora ne avrebbe goduto, pensò guardando l’espressione estasiata di Andrea. Da quell’ altura l’infinito spazio intorno era incomprensibile. Sopra di lei il cielo blu sembrava essersi disteso anche sotto, le circondava i fianchi, l’assediava dietro e davanti.

Ora toccava la discesa; sarebbero arrivate le ginocchia affaticate, le caviglie tremule e quella spinta insistente alla schiena che fa serrare i denti e blocca le mascelle. Osservò la valle e vide un puntino verde lontanissimo, un minuscolo insediamento. Lì avrebbero trovato ricovero per la notte, un piatto d’orzo, tè salato, forse della carne. Un rimbombo remoto la distolse e la invitò a sollevare gli occhi. Riconobbe in cielo la scia bianca di un aereo.  si calmò. La scia bianca, come una strada leggera, senza salite.

La vendetta del lettore

“Non c’è più niente da salvare” – Gli disse lei senza alcun turbamento.

- “E’ finita. Finita”.

Lui non la guardò nemmeno, si voltò e uscì.

Leggo sbigottita le ultime righe di un romanzo che mi ha tenuta sospesa per giorni. Torno indietro confusa, faccio zapping fra le pagine finali e rileggo velocemente qua e là. Passo fra indice e medio l’ultima pagina, non è uno scherzo, dietro c’è solo la data di stampa. Scorro di nuovo le frasi conclusive, cerco avidamente fra le parole quello che non c’è. Lui non la guardò nemmeno, si voltò e uscì. Non ci sono altre parole. Io stessa non ne ho.

D’accordo, lei lo dice e ridice che è finita ma probabilmente lo fa intenzionalmente per provocare una reazione. Ma lui non replica e lei, e io restiamo sole.

Guardo la copertina, il titolo, l’autore. Con un guizzo cerco in terza e quarta di copertina un indirizzo internet, una mail, un appiglio possibile per un contatto, una richiesta di chiarimento.

Niente.

Che lei dica che è finita ci stà, ma non che lui se ne vada senza dire nulla. Ecco, penso tra me, la tipica chiusura senza una vera fine. L’autore ha scelto un finale che nasconde un seguito.

Lui non la guardò nemmeno, si voltò e uscì a sbollire; si fece mezza sigaretta, poi rientrò e guardandola dritta negli occhi le disse: – “Non è finita, non deve finire”. O qualcosa di altrettanto toccante.

Lui non la guardò nemmeno, si voltò e uscì. Si lanciò sulla strada e neppure vide il furgone che stava per passare.

Lui non la guardò nemmeno, si voltò e uscì a piangere finché lei non lo raggiunse fuori e lo abbracciò.

Odio i finali aperti. Sono ingiusti con chi legge, sleali con i personaggi della storia. Ogni finale aperto ha in sé un inizio, ma quale?

Così lei, delusa, chiuse il libro. Mentre tamburellava sulla copertina, squillò il telefono. Lasciò il romanzo e andò a rispondere. Era un’amica, si diedero appuntamento al cinema. Mentre si sistemava davanti allo specchio, l’immagine di lui abbandonato sul tavolo si riflesse. Lei non la guardò nemmeno, si voltò e uscì.

SIAMO TUTTI UN PO’ POETI

 Seconda Lezione

Angelo arriva in ritardo ma si scusa con dei cioccolatini, insomma, è il nostro Angelo di sempre. Iniziamo col sistemare l’aula, visto che banchi e sedie sono stati accatastati in un angolo; poi in breve si riprende il filo del discorso lasciato nella precedente lezione.

Il maestro ci passa delle fotocopie relative a degli incontri con gli autori del premio Letterario Galileo 2012 , utile saperlo, bello se qualcuno ci andrà e magari relazionerà. Si spendono poche parole su altri spunti interessanti nell’ambito del viaggio quali: Donne in viaggio, Carnet di viaggio, Festival della letteratura di viaggio, Scuola del viaggio.

Scusate se sono telegrafica ma vorrei arrivare alla vera “ciccia” della serata: i lavori per casa dei partecipanti al corso. Eccoli.

Si parte con i Pensieri in brutta di Rita. Una breve riflessione più che un racconto. L’idea che viene sviluppata è quella  del viaggio come metafora della propria vita.

“Io non viaggio mai portando con me un libro. (…) Ogni volta che arrivo in un luogo sono attratta dall’esterno. Mi sembrerebbe deludere chi o cosa mi sta attorno, se leggessi un libro. Sono uno specchio, rifletto. (…) C’è un viaggio a cui spesso non rinuncio. Non costa nulla. Spacca le pareti della mia stanza. Mi coccola nel divano preferito.”  Attraverso di lui sono altrove. Uno scritto suggestivo, fatto di frasi brevi, poetiche e autobiografiche.

Poi tocca a Paolo con  Parigi.

“Autunno. I bruni tappeti di foglie crocchiavano sotto i passi. Sinfonie malinconiche si insinuavano tra i viali. Concerti di archi sommessamente baritonali sul selciato. E gli alberi, quei maestosi giganti nudi, candele spente. Dolce tramonto. Tiepido e silenzioso passeggiare tra ombre lunghissime….” Si nota subito che siamo alle prese con un componimento dal linguaggio fortemente poetico che usa sapientemente le figure retoriche (onomatopea, allitterazione, ecc.). Molte le espressioni uditive e visive. Bello e ricco il suo scritto.

Nadia invece ha portato un breve racconto che non titola ma che alla fine Angelo presenta come Itaca. Qui ci sono suggestioni di un viaggio realmente fatto, di una poesia di Costantino Kavafis, Itaca appunto, di ricordi d’infanzia. Bello, evocativo, molto evocativo.

“Credo che la passione sia nata molto tempo fa. Nelle prime classi elementari la maestra ci leggeva, una volta la settimana, qualche pagina dell’Odissea. Attendevo quel momento come un regalo. Sirene, Ciclopi, Scilla, Cariddi, la maga Circe m’incantavano e popolavano la mai fantasia di bambina. Ebbi una punta di delusione, qualche anno dopo, quando mi resi conto che Ulisse aveva vagato per anni intorno a una manciata di isolette nell’Egeo…” Anche questo scritto direi sempre sul filone poetico.

Poi è stata la volta di Caterina con il suo breve Viaggio nel viaggio dal sapore  referenziale.

(…) Amo i fogli di questo libro che prendono il volo tra cieli che non conosco, come l’aereo di carta di bambina. (…) E’ facile confondere il sogno dal vissuto e bevo dal finestrino fotografie strisciate della campagna che scorre veloce (…)

Eh sì, un gruppo di poeti, non c’è che dire.

Poi è toccato a me. Il petto mi batteva come un  tamburo, bella quella sensazione di turbamento, non me la ricordavo… Ci voleva un corso di scrittura per convincermi a scrivere ancora.

Dimenticavo di dire che nel corso della lezione sono fioccati elogi al gruppo lanternati, qualcuno ci ha letti qui e pure commentati! Forse è giunto il momento di pensare a un incontro informale tutti assieme, direi una pizza o qualcosa del genere.

Ma veniamo ai Compiti per casa:

- Scrivere un racconto in cui si tiri in ballo il viaggio anche se si è fermi (Scrivere e leggere sono operazioni legate allo spazio. Es. Arrivato al terzo capitolo mi sono fermato. Frasi ed espressioni che dicono qualcosa del nostro muoverci tra segni ma anche tra significati e quindi non solo all’esterno, tra forme fisiche, ma anche dentro di noi, in un panorama ampio e complesso.)

Oppure:

- Scrivere un racconto sviluppando un aspetto/forma/immagine del  viaggio: LA STAZIONE.

Bene. Ci si legge ;) Ciao.

MEGLIO DA SOLI …a saperlo prima.

- “Ecco mamma, questo è Gionny”.

Lei  a fatica aveva allungato la mano per stringergliela e poi non aveva nemmeno provato a dissimulare quel sospiro. Mio padre, poco distante, lo aveva salutato a labbra tese.
La  mia amica del cuore, appena lo aveva conosciuto, se n’era uscita gufando con la solita frase, quella che non saremmo arrivati a scambiarci i regali di Natale.

Io però desideravo formare con lui una coppia perfetta. Ogni parte di me lo desiderava e questa volta mi sarei seriamente impegnata a non fallire.

 C’eravamo messi assieme a marzo, nella stagione in cui forse, più chiaramente, ci si rende conto di quanto scarso sia Cupido come arciere. Giovanni, Gionny per gli amici,  era un belloccio; dopo il diploma aveva avuto in eredità dal padre la licenza di tassista;  nel porta oggetti della sua auto teneva un libro, mai  scellofanato, di chimica organica e questo va quasi certamente ricondotto al suo continuo lagnarsi di non aver continuato gli studi. All’epoca io ero una laureanda in storia dell’arte, appassionata di pittura olandese del seicento, innamorata dei quadri di Vermeer. Avevo letto “La ragazza con l’orecchino di perla” di Tracy Chevalier, un libro che narrava in modo fantasioso la storia di Johannes Vermeer e della sua domestica. Un romanzo semplice, dallo stile scorrevole, senza particolari guizzi di genio;  stava avendo un buon successo ma questo reputavo fosse dovuto unicamente alla straordinarietà della vita e delle opere dell’artista.

Da un po’ mi frullava l’idea di un viaggio in Olanda; Amsterdam, magari Delft, certamente il museo Mauritshuis dell’Aia dove c’era l’arcinota veduta di Delft, definita da Proust “Il più bel quadro del mondo”. Al Rijksmuseum di Amsterdam poi, c’era il mio dipinto preferito, La Lattaia,  roba da far accapponare la pelle.

- Ho pensato che potremmo fare un viaggetto, non troppo lontano… Amsterdam, magari.
- Amsterdam… – Risponde assorto Gionny.
- Sì, il regno dei tulipani, dei mulini a vento e… dei dipinti di Vermeer.
- Il regno dei coffeeshop vorrai dire! – Gionny ha un’espressione idiota, ammiccante,  spregiudicata.
- Anche, sì. E delle donnine in vetrina se vogliamo dirla tutta.
- Bella Amsterdam… Quando ci andiamo?

Così dopo neanche un mese ci ritroviamo proiettati nella capitale olandese. Sotto il braccio una guida e una piantina della città. Nel breve viaggio in aereo ho riletto qua e là alcuni pezzi del libro di Chevalier; come spesso succede, certe  frasi ci dicono molto anche fuori dal loro contesto come questa di Griet, domestica dei Vermeer, che descrive al padre, ormai cieco, un quadro al quale l’artista sta lavorando:

 “La luce sulla parete di fondo è così calda che a guardarla  si ha la stessa sensazione che hai tu quando il sole ti batte sulla faccia”

 Quest’altra frase poi mi piace da morire:

Un quadro in una chiesa è come una candela in una stanza buia, serve a vedere meglio. È il ponte tra noi e Dio. Ma non è una candela protestante o cattolica. È una candela e basta.

Davanti all’entrata del  Rijksmuseum esito un istante:

- Sicuro che vuoi venire?
- Non dovrei?
- Non so… Lo fai per me, lo so, ma poi magari ti stanchi e inizia a odiarmi. 

Le sale del museo sono ampie e regna un silenzio da cattedrale. Passo di stanza in stanza, ammiro le nature morte, una per tutte, la “Natura morta con formaggi” di Van Dijck che strabilia per dovizia di particolari e giochi di luce, poi d’un tratto il tempo si ferma, ecco “La Ronda di notte” di Rembrandt, riconosco la pennellata vibrante dell’artista, la sua capacità di calibrare le luci diagonali, le ombre, il buio. Con il dito indico l’opera a Gionny che se ne sta distante su una poltroncina, curvo in avanti  e con  le mani che gli sorreggono la testa. Non mi vede.

- Pssss… Gionny!! – Alza la testa e mi guarda interrogativo. Con la mano gli faccio il gesto di venire. Lui attende alcuni secondi poi mi raggiunge.
- Questo è Rembrandt! Uno dei suoi dipinti più famosi.
- Per quanto ne avremo ancora? –  Mi chiede atono.

 Ho detto a Gionny di andare a farsi un giro, lo capisco, se queste cose non interessano, stare al seguito è davvero palloso. Poi fra poco vedrò la Lattaia di Vermeer. Quell’interno spoglio di una stanza fredda, quelle gote e quel naso di fantesca rossi di freddo, quell’imperterrito zampillio di latte che scende dalla brocca, quell’espressione di lei nell’atto attento di travasare senza spandere, quel giallo del corsetto, quel blu della veste…

 Come chi riceva bastonate e continui a riceverne senza avvertirne il dolore tanto lo stupore ne sovrasta il male, traduco e ritraduco dall’inglese la breve frase di un foglio attaccato alla parete della stanza dedicata ai capolavori di Vermeer:

 Ci scusiamo con i visitatori ma l’opera “La Lattaia” si trova al momento  ospitata al National Gallery di Londra.  Subito sotto una foto scadente riproduce l’opera del maestro. 

 Fuori dal museo ritrovo un Gionny insolitamente pimpante e propositivo.

-         Potremmo affittare delle bici, farci un giro e fermarci in qualche parco a riposarci, ti va? – Ecco, ora sento venir meno la mia capacità assertiva, sento che sto per dire no, non mi va Gionny un giro in bici, non mi va di riposarmi al parco, non mi va perché tu non mi hai chiesto se mi è piaciuto il Rijksmuseum, perché tu non eri con me a prendere quello schiaffo in quella sala del museo, perché tu non mi capisci, tu non capisci niente, e per mille altri “tu non”,  Gionny.

-         Massì – Dico invece.

 Le bici in affitto sono una consuetudine dei turisti di Amsterdam, sono biciclette ben tenute e le piste ciclabili non mancano.

Seduta su una panchina del parco apro, mio malgrado, il libro di Chevalier. Gionny sembra inquieto, cammina nel parco ma sembra un animale in gabbia.  A un certo punto esce dalla mia visuale un po’ perché probabilmente si allontana un po’ perché io mi immergo in una pagina in cui viene descritta la fine macinatura di elementi come il carbonato di piombo, i grani di robbia, il massicotto per la preparazione dei colori di Vermeer.

 Quando Gionny ritorna e si siede vicino a me, puzza di fumo. Ha lo sguardo ebete e il viso grigio.

- Hai fumato?
- Sì.
- Ma tu non fumi..
- No… però ogni tanto sì. – Lo vedo sbiancare.
- Mi sento male – Dice con lo sguardo assente e le labbra viola. – Ho fumato nero… Oddio sto male.

A seguire scene del tipo: io che lo sorreggo, che lo stendo, gli alzo le gambe, lo aiuto a tenersi in piedi mentre vomita. Poi dei locali ci guardano mentre passano con il cane e io che dico loro no problem,  it’s nothing. A distanza di un’ora il peggio è passato; Gionny si scusa, ma lo fa ridendo come un cretino.

Ritornare in Italia è stato un sollievo. Tante volte al ritorno da un viaggio mi è capitato di soffrire, non questa volta.

Mamma e papà guardano compiaciuti la ciotola con i bulbi di tulipani, il pezzo di formaggio speziato e gli zoccoli; è incredibile quanto souvenir dozzinali si trasformino in oggetti pregiati quando si rientra nelle mura domestiche.

- Grazie, non avresti dovuto. Ti è piaciuta Amsterdam?
- Molto sì, è bellissima. I musei soprattutto.
- A Gimmy è piaciuta?
- Gionny mamma, si chiamava Gionny. – Dico io con gli occhi a terra. – Non credo… Non so. Non gliel’ho nemmeno chiesto.

Il diavolo e la fata

So che qualcuno potrà accusarmi di utilizzo di un mezzo pubblico a scopi privati, ma non sono il primo e non sarò l’ultimo, per cui procedo, vi posto un racconto scritto a scuola da mia figlia che propongo come prossima autrice di punta di Camelozampa … vabbè, mo’ mi placo e comincio la trascrittura (badate bene non riscrivo ma trascrivo tale e quale a come l’ha scritto Emma):

“La fata del bene incontra il diavolo del male, “Ciao” disse la fata, “aH aH buh!” Disse il diavolo, era veramente sciocco! La fata scosse la testa pensando “Così non va !”. Poi decisero di andare a fare una passeggiata nel bosco. Il diavolo diventava sempre più sciocco, la fata era molto impaurita : “E’ pericoloso fare una passeggiata con un matto!”, “blu ru su he he!” Risondeva il diavolo. Passo passo il diavolo diventava sempre più matto, mentre alla fata parve di essere al manicomio. Avanti e indietro in alto e in basso, insomma la fata non ce la faceva più a seguire il diavolo.

La fata disse a diavolo : “Adesso devo proprio andare!”. “HI HI broin bu bu!” Diceva il diavolo.

La fata si recò al suo laboratorio di magie, prese un librone di pozioni e incantesimi, “Dunque vediamo un po’, pozioni per trasformare principi in rane, no no no e no !” Dice la fata sfogliando le pagine del librone, ma ad un tratto la fata disse “Ecco qua! Allora diavolo è sotto un incantesimo!” La fata prese un pentolone pronunciando queste parole “Bocca di leone veleno di serpente e persino una patente adesso c’è tutto non manca proprio niente”, prese la pozione la mise in uno spruzzino e la spruzzò al di fuori del ventre di diavolo.

Diavolo si sentì molto meglio e disse “Grazie sciocchina”.

La fata s’inchinò davanti al diavolo poi andò al suo castello, aveva ancora un’altra cosa da fare, una cosa che neanche io so, è vero lei aiuta tutti ma anche lei a volte deve fare cose private !

Fine

Emma Santoro (7 anni)

PS

Dobbiamo lavorare sui punti esclamativi, per il resto sto studiando questo testo.

Metafore stagionali

Metafore stagionaliL'inverno è una finestra chiusa a metà su un giardino pioggerelloso.
E' una penombra un po' grigia nelle stanze di case che non fanno rumore. L'inverno è nei rituali lenti, nei gesti conosciuti che si ripetono, quando ci si sveglia al mattino, la sera prima di dormire, quando si rientra da fuori e si posano le chiavi sulla panca, il cappotto sulla poltrona, le scarpe dove capita.

Per quanto ami i paesi del nord europa, la loro enorme civiltà, il loro stesso freddo, la luce bianca e il buio impenetrabile, non potrei viverci a lungo: non potrei vivere in una casa senza tapparelle a metà le sere d'inverno.

La poca luce che hanno da quelle parti li fa desiderare di catturarne ogni pezzetto da qualunque spiraglio possibile. Io non potrei farlo, non a casa mia, non mi sentirei al mio posto. Mi sentirei sventolata in troppe direzioni quando invece, la sera, vorrei stare ferma, raccolta da qualche parte, in casa mia.

L'estate è una finestra aperta sulla strada chiassosa, è il clangore di motorini che passano e sgommano inutilmente, è una finestra aperta su un marciapiede calpestato da piedi che sciabattano indolenti, un fischio acutissimo per richiamare un amico.

Per me, le stagioni sono questo, e poco altro. 
Mi accorgo che nel mondo ogni cosa è metafora di un'altra.
Lo diceva Calvino.
Lo penso anch'io.