- “Ecco mamma, questo è Gionny”.
Lei a fatica aveva allungato la mano per stringergliela e poi non aveva nemmeno provato a dissimulare quel sospiro. Mio padre, poco distante, lo aveva salutato a labbra tese.
La mia amica del cuore, appena lo aveva conosciuto, se n’era uscita gufando con la solita frase, quella che non saremmo arrivati a scambiarci i regali di Natale.
Io però desideravo formare con lui una coppia perfetta. Ogni parte di me lo desiderava e questa volta mi sarei seriamente impegnata a non fallire.
C’eravamo messi assieme a marzo, nella stagione in cui forse, più chiaramente, ci si rende conto di quanto scarso sia Cupido come arciere. Giovanni, Gionny per gli amici, era un belloccio; dopo il diploma aveva avuto in eredità dal padre la licenza di tassista; nel porta oggetti della sua auto teneva un libro, mai scellofanato, di chimica organica e questo va quasi certamente ricondotto al suo continuo lagnarsi di non aver continuato gli studi. All’epoca io ero una laureanda in storia dell’arte, appassionata di pittura olandese del seicento, innamorata dei quadri di Vermeer. Avevo letto “La ragazza con l’orecchino di perla” di Tracy Chevalier, un libro che narrava in modo fantasioso la storia di Johannes Vermeer e della sua domestica. Un romanzo semplice, dallo stile scorrevole, senza particolari guizzi di genio; stava avendo un buon successo ma questo reputavo fosse dovuto unicamente alla straordinarietà della vita e delle opere dell’artista.
Da un po’ mi frullava l’idea di un viaggio in Olanda; Amsterdam, magari Delft, certamente il museo Mauritshuis dell’Aia dove c’era l’arcinota veduta di Delft, definita da Proust “Il più bel quadro del mondo”. Al Rijksmuseum di Amsterdam poi, c’era il mio dipinto preferito, La Lattaia, roba da far accapponare la pelle.
- Ho pensato che potremmo fare un viaggetto, non troppo lontano… Amsterdam, magari.
- Amsterdam… – Risponde assorto Gionny.
- Sì, il regno dei tulipani, dei mulini a vento e… dei dipinti di Vermeer.
- Il regno dei coffeeshop vorrai dire! – Gionny ha un’espressione idiota, ammiccante, spregiudicata.
- Anche, sì. E delle donnine in vetrina se vogliamo dirla tutta.
- Bella Amsterdam… Quando ci andiamo?
Così dopo neanche un mese ci ritroviamo proiettati nella capitale olandese. Sotto il braccio una guida e una piantina della città. Nel breve viaggio in aereo ho riletto qua e là alcuni pezzi del libro di Chevalier; come spesso succede, certe frasi ci dicono molto anche fuori dal loro contesto come questa di Griet, domestica dei Vermeer, che descrive al padre, ormai cieco, un quadro al quale l’artista sta lavorando:
“La luce sulla parete di fondo è così calda che a guardarla si ha la stessa sensazione che hai tu quando il sole ti batte sulla faccia”
Quest’altra frase poi mi piace da morire:
Un quadro in una chiesa è come una candela in una stanza buia, serve a vedere meglio. È il ponte tra noi e Dio. Ma non è una candela protestante o cattolica. È una candela e basta.
Davanti all’entrata del Rijksmuseum esito un istante:
- Sicuro che vuoi venire?
- Non dovrei?
- Non so… Lo fai per me, lo so, ma poi magari ti stanchi e inizia a odiarmi.
Le sale del museo sono ampie e regna un silenzio da cattedrale. Passo di stanza in stanza, ammiro le nature morte, una per tutte, la “Natura morta con formaggi” di Van Dijck che strabilia per dovizia di particolari e giochi di luce, poi d’un tratto il tempo si ferma, ecco “La Ronda di notte” di Rembrandt, riconosco la pennellata vibrante dell’artista, la sua capacità di calibrare le luci diagonali, le ombre, il buio. Con il dito indico l’opera a Gionny che se ne sta distante su una poltroncina, curvo in avanti e con le mani che gli sorreggono la testa. Non mi vede.
- Pssss… Gionny!! – Alza la testa e mi guarda interrogativo. Con la mano gli faccio il gesto di venire. Lui attende alcuni secondi poi mi raggiunge.
- Questo è Rembrandt! Uno dei suoi dipinti più famosi.
- Per quanto ne avremo ancora? – Mi chiede atono.
Ho detto a Gionny di andare a farsi un giro, lo capisco, se queste cose non interessano, stare al seguito è davvero palloso. Poi fra poco vedrò la Lattaia di Vermeer. Quell’interno spoglio di una stanza fredda, quelle gote e quel naso di fantesca rossi di freddo, quell’imperterrito zampillio di latte che scende dalla brocca, quell’espressione di lei nell’atto attento di travasare senza spandere, quel giallo del corsetto, quel blu della veste…
Come chi riceva bastonate e continui a riceverne senza avvertirne il dolore tanto lo stupore ne sovrasta il male, traduco e ritraduco dall’inglese la breve frase di un foglio attaccato alla parete della stanza dedicata ai capolavori di Vermeer:
Ci scusiamo con i visitatori ma l’opera “La Lattaia” si trova al momento ospitata al National Gallery di Londra. Subito sotto una foto scadente riproduce l’opera del maestro.
Fuori dal museo ritrovo un Gionny insolitamente pimpante e propositivo.
- Potremmo affittare delle bici, farci un giro e fermarci in qualche parco a riposarci, ti va? – Ecco, ora sento venir meno la mia capacità assertiva, sento che sto per dire no, non mi va Gionny un giro in bici, non mi va di riposarmi al parco, non mi va perché tu non mi hai chiesto se mi è piaciuto il Rijksmuseum, perché tu non eri con me a prendere quello schiaffo in quella sala del museo, perché tu non mi capisci, tu non capisci niente, e per mille altri “tu non”, Gionny.
- Massì – Dico invece.
Le bici in affitto sono una consuetudine dei turisti di Amsterdam, sono biciclette ben tenute e le piste ciclabili non mancano.
Seduta su una panchina del parco apro, mio malgrado, il libro di Chevalier. Gionny sembra inquieto, cammina nel parco ma sembra un animale in gabbia. A un certo punto esce dalla mia visuale un po’ perché probabilmente si allontana un po’ perché io mi immergo in una pagina in cui viene descritta la fine macinatura di elementi come il carbonato di piombo, i grani di robbia, il massicotto per la preparazione dei colori di Vermeer.
Quando Gionny ritorna e si siede vicino a me, puzza di fumo. Ha lo sguardo ebete e il viso grigio.
- Hai fumato?
- Sì.
- Ma tu non fumi..
- No… però ogni tanto sì. – Lo vedo sbiancare.
- Mi sento male – Dice con lo sguardo assente e le labbra viola. – Ho fumato nero… Oddio sto male.
A seguire scene del tipo: io che lo sorreggo, che lo stendo, gli alzo le gambe, lo aiuto a tenersi in piedi mentre vomita. Poi dei locali ci guardano mentre passano con il cane e io che dico loro no problem, it’s nothing. A distanza di un’ora il peggio è passato; Gionny si scusa, ma lo fa ridendo come un cretino.
Ritornare in Italia è stato un sollievo. Tante volte al ritorno da un viaggio mi è capitato di soffrire, non questa volta.
Mamma e papà guardano compiaciuti la ciotola con i bulbi di tulipani, il pezzo di formaggio speziato e gli zoccoli; è incredibile quanto souvenir dozzinali si trasformino in oggetti pregiati quando si rientra nelle mura domestiche.
- Grazie, non avresti dovuto. Ti è piaciuta Amsterdam?
- Molto sì, è bellissima. I musei soprattutto.
- A Gimmy è piaciuta?
- Gionny mamma, si chiamava Gionny. – Dico io con gli occhi a terra. – Non credo… Non so. Non gliel’ho nemmeno chiesto.