Nessun rimpianto

Da qualche tempo faccio sempre più caso a quella che mi sembra una nuova tendenza diffusa. Non saprei dire con certezza se la mia è solo suggestione o un’impressione reale. Fatto sta che noto in persone e contesti diversi una certa facilità nel dire: non rimpiango nulla, rifarei tutto. Come se non ci fosse tempo o modo di approfondire. Forse lo si dice per non andare oltre, per non esporsi, ma mi pare strano, visto che non c’è molto pudore nel parlare di sè o nell’esibirsi o nel mostrare i sentimenti (anzi, c’è una mostra costante di sentimenti e emozioni, tutto è ricondotto all’emozione del momento, giustificato dall’emozione del momento). E’ come se non si riuscisse ad andare più a fondo. Come se ammettere di poter ipotizzare un’alterntiva possibile (che, voglio dire, la vita ha infinite possibilità ogni giorno) fosse segno di sconfitta anzichè di lucidità e serenità interiore. Come se accorgersi che un’altra scelta avrebbe potuto essere comunque piacevole e appagante, fosse affermare al tempo stesso che allora la mia realtà di oggi non lo è. Come se non ci si fosse mai pentiti di nulla, di aver litigato con un’amica del liceo, di non aver abbracciato abbastanza una nonna, di non aver fatto un certo viaggio, cose piccole magari, ma certo importanti. Ma penso anche a scelte grandi, di cui magari siamo soddisfatti, ma che comunque avrebbero potuto essere altre. Non mi sembra possibile nè sano nè naturale. Mi appare assenza di sensibilità e rispetto anche verso se stessi. Ma soprattutto quello che mi lascia perplessa è che non si desideri guardare la propria vita con onestà, con serenità e affetto, senza per questo cadere nel rimpianto doloroso o nella commiserazione o in un comportamento dannosso che blocca ogni slancio. E allo stesso tempo guardare la propria vita senza esasperare l’idea di una perfezione presente che si pensa di aver raggiunto. Perché talvolta noto anche questo: il dirsi sfacciatamente felici, esattamente al proprio posto, e così via. Mi sembra una forzatura, un’esibizione inutile e spesso breve. Io credo che saper guardare il proprio percorso in modo onesto e sereno sia il primo passo per essere felici e soddisfatti. Non sono mai stata scaramantica, ma nei momenti di grande felicità o entusiasmo non ho mai pubblicizzato troppo questo stato di grazia, come per tutelarlo e proteggerlo meglio, come per farlo durare, curandolo più a lungo possibile, per non consumarlo.

Elemosina

E’ difficile camminare per il centro senza soffrire, senza farsi domande un po’ pesanti. Anche oggi che c’è il sole, esci, sorridi, passeggi felice. Poi appoggiato a una colonna o sul bordo di un marciapiede o in un angolo, trovi lui o lei che ti chiede soldi. Di ogni età, di ogni nazione, con modi e rituali diversi. E ogni volta per me è difficile sostenere certi sguardi e certe richieste. A volte sono infastidita, altre vorrei arrabbiarmi, altre vorrei girarmi e far finta di niente, a volte mi viene un sorriso, ma ora mi rendo conto che in ogni reazione c’è lo sgomento di un senso di impotenza che non sopporto. I più insostenibili ai miei occhi sono quelli seduti per terra, cammino e percepisco che ai miei piedi c’è qualcuno immobile, spesso silenzioso, che io sto ignorando. E’ una sensazione che non so togliermi di dosso.  Mi dico che non posso fare altrimenti, che chi ha fame ha la mensa popolare, chi cerca lavoro lo cerca come milioni di persone in questo periodo in Italia. Ogni cosa che posso fare mi appare stupida, un riflesso del mio egoismo, patetismo inutile. Una volta ho dato di slancio dieci euro a una ragazza, lei, visti i soldi, ha smesso di fare elemosina per quel giorno. Ecco tutto. Mi sono sentita davvero cretina. Col tempo ho iniziato a dare qualche spicciolo soltanto alle persone anziane. L’altro giorno a un vecchio ben vestito che suonava la fisarmonica. Abitualmente a una vecchietta in Piazza Duomo che sta sempre seduta, con in testa un foulard nero, è tale e quale alla befana. E fuma di nascosto.

Sarà il tempo

Sarà il tempo un po’ insomma, quello fuori dalla finestra.

Sarà il tempo, quello dentro casa, che è sempre troppo poco e troppo lento, tra un libro di animali e uno di macchinine.

Sarà un po’ di magone la notte, prima di dormire, quando ci riesco, a dormire.

Ma insomma ho riscoperto qualche canzone di Jovanotti. Jovanotti popolare e a volte profeta. E questo mai mi piace. Jovanotti a volte eccessivo nella sua ricerca di un minimalismo che però piaccia ai più. Per questo non è mai stato ai primi posti nella mia lista mentale. Però c’è Mi fido di te che trovo bellissima. E ora ho pure scoperto Le tasche piene di sassi che mi fa venire un magone tremendo, è dedicata a sua mamma che non c’è più, ma anche se fosse dedicata al cane che c’è ancora mi farebbe lo stesso effetto.

Dice: “Mormora, la gente mormora, falla tacere praticando l’allegria”.

Qualcosa che mi piace

Non so se ancora ci rendiamo conto.

Berlusconi via dal governo. E conseguentemente  dalla tv, dai tg, da molta vita politica. Lo abbiamo visto solo fare capolino dagli spogliatoi della partita di champions milan-barcelona (e anche quella sappiamo che non è andata proprio benissimo).

Fede via dal tg4, il suo storico tg4. Quello che qualcuno definiva comico ma io direi grottesco. Ora, con i suoi 80 anni suonati, via, non c’è più.

E poi Bossi e il figlioletto (la stessa aria sveglia di suo padre dopo l’ictus), via anche loro, due piccioni con una fava, o due trote con un’esca.

Se ne vanno, tutti per motivi ottimi, che ci fanno un po’ godere.

Per anni ci siamo arrovellati sul perché potessero stare lì, ogni giorno, imperterriti, luridi e marci, a fare i loro porci comodi alla faccia nostra. Per anni abbiamo sognato la loro fine ma senza crederci troppo.

La loro fine è questa.

A me piace parecchio. 

Scaffale degli scrittori 2012

Scaffale degli scrittori 2012

 Dal 29 febbraio al 23 aprile 2012

Rassegna letteraria a cura di Romolo Bugaro e Alberto Fassina, per un totale di cinque appuntamenti legati dal tema delle paure contemporanee. La paura del futuro, dei sentimenti, della politica, dell’anonimato, dell’altro.

Programma incontri

Mercoledì 29 febbraio, ore 18  Sala Paladin di Palazzo Moroni – via Municipio 1  Paura del futuro: ne parliamo con Paolo Di Paolo autore di Dove eravate tutti (Feltrinelli)

Venerdì 30 marzo, ore 21  Auditorium Centro culturale Altinate San Gaetano – via Altinate 71  Paura dei sentimenti: ne parliamo con Marco Franzoso autore di Il bambino indaco (Einaudi)

Giovedì 5 aprile, ore 18  Sala Paladin di Palazzo Moroni – via Municipio 1  Paura della politica: ne parliamo con Alberto Garlini autore di La legge dell’odio (Einaudi)

Giovedì 12 aprile, ore 18  Sala Paladin di Palazzo Moroni – via Municipio 1  Paura dell’anonimato: ne parliamo con Emanuele Kraushaar, autore di Maria De Filippi (Alet)  Emanuele Kraushaar.

Lunedì 23 aprile, ore 21  Auditorium Centro culturale Altinate San Gaetano – via Altinate 71  Paura dell’altro: ne parliamo con Giannantonio Stella autore di Negri, froci, giudei & co – L’eterna guerra contro l’altro (Rizzoli)

L’evento si inserisce nell’ambito di UNIVERSI DIVERSI. Arte e scienza tra sacro e profano, seconda edizione del format culturale che affronterà percorsi artistici tra scienza e fede, tra sacro e profano e che sarà dedicato a Padova città del Santo e di Galileo.

Informazioni  Ingresso libero, fino ad esaurimento dei posti disponibili

 

Ho letto Il bambino indaco

Ecco una prima impressione.

Isabel è una mamma che vuole fare del suo meglio per il bambino che sta aspettando, come ogni mamma, più di ogni mamma. Vuole offrire al suo bambino un mondo migliore di quello in cui sta vivendo, un mondo non contaminato, puro, pulito. Inizia così ad organizzare e costruire il suo mondo perfetto per poter accogliere questa nuova preziosa vita al meglio delle sue possibilità. Un mondo dove si mangia bene, dove ci si rilassa, si medita, ci si purifica. Un mondo nuovo così come viene profetizzato e “offerto” da certe subculture contemporanee. La gravidanza diventa allora un’attesa colma di attenzioni e premure sempre più esasperate fino a diventare ossessioni. Ossessioni incomprensibili per il padre e forse per questo sottovalutate. “Lo sapevo che non potevi capire”, rimprovera spesso lei al marito, e in questo modo si crea, giorno dopo giorno, la distanza tra loro, che non si conoscono davvero, che si sentono vicini e al riparo proprio perché non si conoscono davvero, perché sono, in fondo, estranei. Il marito è un uomo spaesato, come molti padri di fronte al loro primo figlio, ma non può permettersi le incertezze di molti neo-papà perché si trova di fronte una moglie fragile e bisognosa di cure quanto il bambino appena nato. Per Isabel, infatti, come per ogni donna, la gravidanza è un periodo in cui molti aspetti del passato riaffiorano e si impongono con forza, ma questo avviene per Isabel in modo violento perché il suo segreto riemerso dal passato si chiama anoressia e un’attenzione estrema, esagerata, per il cibo. Sarà questa, insieme ai mostri che porta con sé, a trascinarla in una follia sempre più delirante e a isolarla. Isabel è infatti prima di tutto sola, lontana da una famiglia di origine che è assente, in un paese straniero, vicina solo al marito che conosce appena. La perfezione e la purezza ricercate per nove mesi vengono spezzate in modo brutale durante il parto, e forse è proprio da lì che si insinua in lei un senso di vergogna, un senso di colpa e impotenza che la condanneranno in un circolo vizioso in cui cercherà di ricreare un equilibrio perfetto, senza mai nemmeno riuscire a sfiorarlo, fino all’autodistruzione. Un vortice in cui, sola e isolata, cercherà di portare con sè il bambino, probabilmente molto amato, ma mai accettato come altro da sè, come persona da conoscere e con cui camminare insieme. Davvero pare che l’unica persona in grado di prendere in mano la situazione e farsi carico di tutto il peso sia la nonna paterna, nel bene e nel male, ma finalmente con decisione. Così come, a mio avviso, la nonna è la sola a riconoscere il bambino per quello che è davvero, un essere reale con esigenze reali e concrete (come mangiare, come interagire con le persone), e forse proprio per questo è l’unica, in tutto il libro, a chiamarlo con il suo nome, Pietro.

ps. Ho letto “Il bambino indaco” di Marco Franzoso contro ogni raccomandazione dell’autore. Infatti mancano due mesi all’arrivo della mia bambina, e questo libro avrebbe potuto farmi-farci troppo male. Ma ero curiosa, e tutto sommato mi sentivo forte, allora ho iniziato a leggere dicendomi che appena fossi stata troppo turbata lo avrei mollato. Ma la lettura mi ha così coinvolto da finirlo quasi senza accorgermene. Alla fine ero stanca, spaesata, ma consapevole della mia forza. Certo, durante la mia prima gravidanza non avrei potuto leggerlo, allora ero troppo fragile, quasi come Isabel. Ma questa volta va bene così.

Complessità

Una riflessione interessante sulla scrittura breve e a singhiozzo, piena di punti e di virgole. E l’importanza di riscoprire una scrittura lunga di più ampio respiro, senza temere la sua complessità.

Nessuna frase è troppo lunga.  leggi qui

Un pensiero bello

Oggi vorrei invitarvi a pensare (e magari scrivere qui) un pensiero bello per voi stessi. Ma può essere anche per qualcun altro, o un pensiero su qualcosa di più ampio. Basta che sia bello, scaturito da una parte un po’ nascosta o inascoltata. Un pensiero semplice e immediato. Come quando si chiama un’amica al volo solo per dire, “come va? volevo sapere come va”. E poi salutarsi così.

Il mio pensiero bello è questo:

Tra cinque giorni ci ritroveremo, finalmente, insieme.

Non mi pare poco.

La mamma naturale

Internet è colmo di siti su come vivere in modo naturale. Questa tendenza si trova nei  forum per mamme, ma anche nei forum di cosmesi e bellezza, o alimentazione, e infine arredamento. Ci sono consigli, spesso allarmistici, sul cibo, e questo lo sappiamo tutti, in cui però le soluzioni proposte sono assai scarse o superficiali. Ognuno ha un alimento da bandire, chi il latte, chi la carne, chi tutto il grano, l’acqua, ecc. Una confusione che stordisce. E a me, lungi dal farmi sentire brava ed efficace, dà un senso di spossatezza. Poi c’è il feng shui, e qui allora si parla di benessere e arredamento, guai a dormire con la testa a sud o avere oggetti intorno al letto, ne andrà del tuo benessere e della tua armonia con la natura (anche se vivi in centro vicino alla congiunzione di quattro semafori, o in mezzo ai campi ma vicino a un’autostrada). Ma certe teorie sono suggestive, allora crederci fa dimenticare per un po’ la realtà in cui siamo calati. Poi c’è la cosmesi, e l’uso di parole come “tonnellate di agenti chimici e petrolio che ci spalmiamo addosso” a favore di “olii naturali per la pelle”. E giù a cercare di ripassare il poco di chimica studiata al liceo per imparare a leggere le etichette della nivea che, appena notata la tendenza, si è prodigata in nuove linee bio: si sono accorti che tantissime donne erano disposte a spendere dieci, venti volte di più, per un prodotto bio, naturale, ecologico.

Tra tutte, la tendenza che più cattura la mia attenzione, è quella che coinvolge i figli, e non solo il modo di nutrirli o incremarli, ma anche il modo di educarli e crescere. Infatti in questi siti naturali abbondano i consigli su come relazionarsi con il proprio bambino. Le teorie sono quasi sempre prive di prove scientifiche, e di solito tendono a smentire lo smentibile in nome di un “ritrovato rapporto con la natura”. Oppure i riferimenti scientifici che ci sono vengono estremizzati, immagino ci sia qualche riferimento a gli esperimenti coi macachi fatti da Harlow per provare la teoria dell’attaccamento, ma questi sono del tutto snaturati se vengono poi applicati così (Harlow provò che i cuccioli di macaco privati della madre preferivano un surrogato-manichino caldo e morbido che non dava cibo a uno freddo e duro che dava latte, stabilendo così che esiste il bisogno di un attaccamento fisico con una figura di riferimento prima ancora del bisogno di mangiare).

Si usa molto il termine e l’usanza del “portare”, portare significa tenere il bambino addosso a sé il più possibile, in una fascia o nel marsupio, questo, dicono, darà sicurezza al bambino. Mamme orgogliose si fiondano a comprare tali stoffe e marsupi per  tenere, anzi portare, pargoli di dieci kg appresso, convinte che questo rapporto costante, caldo, avvolgente, sia alla base della futura serenità del figlio. Alcune contrappongono tale pratica al portare il bambino da un luogo all’altro in passeggino, come dire, scegli di che tribù fai parte, portarli in passeggino è out, demodé, innaturale, soprattutto. Forse abbiamo origine dai canguri, altrimenti perché mai sia innaturale non è dato sapere. Fino a gli anni cinquanta molti bambini venivano fasciati e tenuti in piedi in una specie di anfora per ore. Su consiglio medico, affinché si rafforzassero le ossa. Io credo che fosse un modo per la mamma di avere qualche ora di libertà per pulire, cucinare o lavorare in casa, ma questo è stato comunque condiviso per decenni. Nonostante oggi mi appaia una pratica inutile e anzi dannosa e forse anche un po’ crudele, non mi pare che le persone di quella generazione siano mentalmente disturbate perché la mamma non li ha “portati” e anzi li ha “parcheggiati”. Infine, l’allattamento. Se si può allattare, si sa che questo è utile al bambino, almeno fino a sei mesi e se possibile anche un po’ dopo lo svezzamento. Ma su certi siti si leggono post di mamme che “allattano” anche fino a tre anni, spesso dicono durante la notte, quando il bambino piange e vuole la tetta, il suo ciuccio, insomma. Sono convinte e orgogliose di dare conforto, affetto, e amore. Non c’è dubbio che sia un gesto carico di amore e una vicinanza totale che appaga il bambino e certamente la mamma. Ma per favore, non lo si racconti come un gesto educativo positivo, e tanto meno nutrizionale. E’ un vizio, forse prima di tutto della mamma. Non si venga a raccontare che certi metodi naturali (dove sta il naturale nella fascia o nella tetta a tre anni io non lo so) sono metodi educativi per crescere un bambino sicuro e in armonia con la natura.

Ho l’impressione che in un’epoca di grandi cambiamenti, ogni mamma, chiamata a svolgere un compito così ampio e sfaccettato, cerchi consigli da seguire, regole in cui credere. E’ comprensibile che ogni mamma voglia dare il meglio al bambino, preservarlo da tutto ciò che fa male e è dannoso. E questa tendenza che si dice naturale, armoniosa, quasi atavica, è certo affascinante e consolante per chi ha bisogno di un punto di riferimento rassicurante in cui si dice che tu, mamma naturale e a tutto tondo, sei il fulcro del benessere e della felicità del tuo bambino. Infatti, in certi siti così prodighi di consigli sul rapporto emotivo madre-bambino, si trovano ben raramente altri consigli di carattere affettivo e soprattutto sociale, sull’importanza della condivisione di una girata al parco, un pomeriggio in piscina (eh no, in piscina immagino proprio di no, additerebbero subito il cloro che fa diventare scemi), sulla lettura di un libro insieme, su un abbraccio per il gusto di farlo piuttosto dell’abbraccio continuo e inestricabile che implica il gesto di “portare”, sul valore di provare a crescere un bambino sicuro del nostro amore e dunque libero di esplorare e imparare a essere autonomo. Sull’importanza della relazione con gli altri, con il padre, per esempio (grande assente in molte di queste discussioni), con i fratelli, i nonni, gli amici. Tutto o quasi è ricondotto alla mamma, è sua ogni responsabilità come è suo ogni merito ed è sua, immagino, anche ogni colpa.

Eppure, l’aspetto fondamentale, a mio avviso, è un altro. Il punto è dare sicurezza senza invischiare. Dare sicurezza dicendo vai, corri, cadi, fatti pure male che tanto mamma (e papà, e i tuoi nonni, i tuoi fratelli, e chi ti vuole bene) è sempre qui, per aiutarti a rialzarti, asciugarti le lacrime, insegnarti a non inciampare, abbracciarti forte prima di ripartire con nuovo entusiasmo e nuova sicurezza. E’ dare curiosità e entusiasmo senza temere, per quel che si può, certi aspetti di questo mondo, senza aver paura di quello che non si può controllare. In un mondo certo innaturale, talvolta pericoloso, inquinato e anche puzzolente, col tempo e con un po’ di equilibrio e buon senso, trasmettere la forza, il coraggio e l’autonomia per affrontarlo al meglio, perché mamma (e papà) avrà trasmesso la sicurezza di esplorarlo, senza paura né esitazione, perché mamma (e papà) è convinta che ci sia anche molto di buono in questo mondo, perché ci si può divertire, si può mangiare con gusto, si può sorridere rialzandosi dopo una caduta, si può godere di un tuffo nel mare anche se è inquinato e fare un sonnellino sotto il tepore del sole anche se è radioattivo e la crema solare non è centopercento bio.

I mostri, gli spauracchi della nostra società, l’insicurezza, il futuro incerto, l’indeterminatezza del nostro mondo, non si sconfiggono con il latte di soia, né dormendo con la testa a nord o in una fascia di tela bio e anallergica.

Il bambino indaco (Marco Franzoso)

Esce in libreria

martedì 7 febbraio 2012

il nuovo libro di Marco Franzoso

“Il bambino Indaco”

edito da Einaudi, I Coralli (pp. 144, euro 16,00)

Sabato 18 Febbraio 2012 alle ore 18 presentazione con l’autore

alla libreria Mel Book Store di Padova

in Piazza Insurrezione (Galleria Borromeo)

Da www.einaudi.it

Il libro: 

Forse non è cosí vero che l’istinto materno non sbaglia mai. A volte scegliamo di non dare peso a una piccola crepa, un’incrinatura impercettibile, che a poco a poco scalfisce, fino a squarciare. Cosí succede a Carlo, che all’improvviso si ritrova inerme«come chi è rimasto dalla parte sbagliata di un fiume dopo il crollo di un ponte». Perché Isabel, sua moglie, lotta contro i propri demoni nell’accanito inseguimento di una purezza assoluta. Che svuota, logora, annienta. Anche il loro bambino. Marco Franzoso ha scritto una storia attuale e sovversiva, che sfida molti luoghi comuni. Una storia dura raccontata in punta di penna, che non ti togli piú dalla testa. «Quando infine mi passarono il bambino, una fitta di felicità mi lacerò il petto. Respirai forte per non crollare. Lo tenni in braccio e pensai che ce l’avevamo fatta. Almeno fino a lí ce l’avevamo fatta».

Un commento di Tiziano Scarpa:

«Chi sei?, chiedo silenziosamente. Qual è il tuo segreto? Perché non ti conosco?» «Ho attraversato questa storia sotto tensione fino all’ultima pagina. Poi non ho smesso di tornarci col pensiero. Ho pensato che ci sono due vie per attraversare la vita. E non è possibile sceglierle, perché le decide il destino. La prima, la piú diffusa, è quella delle esperienze universali che bussano alla nostra porta. Arriva la nascita, arriva l’amore, arriva la morte. Da uno vanno vestite di blu, da un altro di rosso. Le esperienze fondamentali sono le stesse per tutti, anche se succedono in mille maniere diverse. A qualcuno invece è dato in sorte tutt’altro. Ci sono persone a cui l’universale si presenta completamente stravolto, irriconoscibile. Forse non è piú l’universale, ma un’altra cosa ancora, incomprensibile, inaudita, che non ha nemmeno nome. Il male si installa dove ci dovrebbe essere la tenerezza, la sicurezza piú fiduciosa. L’orrore sboccia nel piú inaspettato dei luoghi. Il bambino indaco si inoltra in quel luogo impossibile, dove le cose primarie crollano, la vita si sfonda precipitando, e la piú pacifica delle condizioni, l’amore per il proprio figlio, va conquistata con la piú astuta e feroce delle guerre».